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Full text of "Delle riforme dei comuni nello stato pontificio : discorso / di Filippo Ugolini."

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I > 



DELLE 



RIFORME DEI COMUNI 



NELLO STATO PONTIFICIO 



9L 



kdcaida 



DI FILIPPO UGOLINI 




BOLOGNA. 



1847. 



(Estratto dal Giornale romano il Contemporaneo N. 9^. 



Decadenza attuale dello spirito di Patria 
nei Comuni. 

(jrenerazione di forti erano gl'Italiani del medio evo, e le 
storie di queir eia son piene di opere così vigorose e ma- 
gnanime da pregiarsene tutto il genere umano. Ma donde 
trassero gli avi nostri quella tanta forza e grandezza loro? 
Molte e varie furono le cagioni che mirabilmente allora 
concorsero a far dell'Italia la prima nazione del Mondo, 
e renderla madre della moderna civiltà , ma principalissi- 
ma fra tutte fu certamente l'amore di Municipio che ar- 
deva nei petti italici. Dalle grandi imprese e dalla politica 
sapienza della Piepubblica Amalfitana fino al sacrificio del 
prode Francesco Ferrucci ed allo spiantamento della li- 
bertà fiorentina, le scienze, le lettere, i monumenti, le 
arti della pace e della guerra, insomma quasi tutte le 
meraviglie di que' tempi agitati e sublimi, nacquero e 
crebbero per l'affetto municipale. Anche il parteggiar con- 
tinuo e le discordie cittadine, donde gli esigli, le confische 
e le morti, avevano in sé qualche parte di grande ; e se 



Dante non era cacciato dal bello ovile, forse ci manche- 
rebbe la maggior gloria e 'l più grande miracolo del mo- 
derno ingegno. Ora di quella operosità smisurata ed altez- 
za di concetti che cosa è rimasto ne' nostri Comuni? Una 
ripugnanza invincibile ne' migliori cittadini di sobbarcarsi 
agli uffici della Città : una tiepidezza riprovevole in tutti 
quelli che costituiscono la rappresentanza del popolo runa 
difficoltà grandissima nel comporre e radunare i Consigli: 
un fuggire ogni cosa di peso che tenda ai pubblico bene, 
o sostenerlo svogliatamente : un abbandono de' diritti del 
Comune, pe' quali tanto fortemente combattevano i padri 
nostri : un udirsi da molti la minaccia di lasciar la Patria 
se costretti ad accettare il primo magistrato : non curato, 
anzi respinto, come sospetto, l'ingegno: rinnovale 1* 
triennali elezioni de' consiglieri quasi sempre sui medesimi 
soggetti , e così formata un' oligarchia contraria allo spi- 
rito della legge, perpetuando in pochi la facoltà di par- 
tecipare alt* amministrazione del patrimonio di tutti: ecco 
il ritratto fedele de' Municipi nostri. E pure i Municipi 
sono l'elemento dello Stato ; anzi sono, col Sovrano, tutta 
la Stato. 

E questa importanza conobbe la sapienza del Governo? 
conobbe le leggi attuali aver bisogno di riforma , e la 
volle; e vi pose sollecitamente la mano. Egli sa, che « i 
Governi , come dice Niccolò Tommaseo , si snaturano per 
voler essere troppo ligi alle forme antiche / giaccio per 
conservare appunto l x esistenza , conviene di tempo in 
tempo mutare le forme »: ed or che tutti i buoni Citta- 
dini, ansiosi ma confidenti , aspettano quanto sarà per de* 
terminare Chi ci regge, io toccherò per brevi cenni di un 
punto solo che sembrami il fondamento di tulli gli altri.. 



li. 

Cause dell* attuale fredderà di amor patrio, 
e come ravvivarlo. 

V attuale freddezza de' migliori nelle cose che si rap* 
portano al Comune procede certamente dal mancare in essi 
l'amor del municipio: ma questo amore perchè manca, e 
come potrebbesi ravvivarlo? 

Nelle nostre Repubbliche dell'età di mezzo l'amore 
alle cose patrie nasceva dalla partecipazione di ognuno 
agli affari politici : succeduti alle Repubbliche i cento li- 
rannetti, l'amore di Municipio non si eslinse, perchè si 
ebbe la prudenza di mantenere ai Comuni i diritli e pri- 
vilegi loro ; lasciando ad essi la più ampia libertà nelle 
faccende municipali. Quanto da me si afferma non ha bi- 
sogno di prova per chi ha pratica nella storia di quei 
tempi (*). Il mantenimento dunque delle franchigie mimi* 

(*) Allorché Castel Durante (ora TJrbania ) net i/} 2 4 S1 diede a 
Guid' Antonio di Montefeltro Conte di Urbino , fra molli altri 
patti, fermò. « La terra di Durante sarà esente, ed immune da 
tulle le spese, pesi, e fazioni reali e personali : eccetto clie dalle 
spese del salario del Podestà. Si osserveranno tutti gli ordini, 
statuti, costituzioni e reforraazioni di della Comune di Durante, 
concedendo piena facoltà al Consiglio e Priori che possano mettere 
le spese o pesi, e possano spendere con piena facoltà nel modo 
consueto. La custodia delle porte della terra di Durante si farà di 
giorno e di notte dagli uomini della medesima. » E questi patti 
giurarono i successori di Guid'Antonio fino a Francesco Maria H, 
ultimo Duca di Urbino. Altra bella testimonianza delle libertà mu- 
nicipali porgono i nostri Statuii approvati dal legittimo Principe, 
ognuno de' quali faceva i Consigli padroni di far tultociò che al 
bene de' Cittadini stimavano più vantaggioso : Consilium plenam 
habeat facultatem et auctoritatem faciendi, deliberandi , decidendi , 
reformandi et executioni mandandi , tam super aliis quibuscumque 



- 6 — 

eipali e l'indipendenza de' Magistrati e de' Consigli de' 
Comuni in quasi tutti gli atti loro, tennero vivo fino 
al termine del passato secolo nel petto de' cittadini 
l'attaccamento alle cose patrie ; sicché tra noi tu vedi 
spesso Nobili, domiciliati in paesi anche lontani , abban- 
donare il domestico tetto, e recarsi ad esercitare per due 
mesi l'ufficio di Gonfaloniere in altra Città, in cui gode- 
vano il Patriziato. Ma questi diritti e privilegi a poco a 
poco furono menomati, e quelli che ancor rimanevano 
vennero totalmente distrutti dai regolamenti amministrativi 
del regno d'Italia; confermati in questa parte dalle suc- 
cessive leggi pontificie. Né io già qui intendo di fare l'a- 
pologia de' privilegi , uè bramo che siauo richiamali alla 
vita. Il privilegio è una grazia: e come sapientemente os- 
serva il Cardinal Pallavicino (*) , « la grafia deroga per 
ordinario alla legge: il che viene a dire alla regola re- 
putata migliore. » Né i privilegi soltanto caddero; ma 
quella larghezza in cui spaziavano i Municipi negli atti 
loro, per la quale si credevano ragionevolmente padroni 
in ior casa , e si nutriva il sentimento della propria di- 
gnità, scomparve a poco a poco; a tale che i Municipi 
nostri strascinane la vita in ischiavitù di leggi e di re- 
gole sempre più ristrettive. 

Se l'intera libertà de' Comuni in ogni azion loro è 
un'utopia; anche il togliere ad essi ogni libertà; il re- 
stringerli in cerchio angustissimo; l'immischiarsi dell'au- 
torirà tutelare ne' più piccoli atti ; il voler sorreggerli ad 
ogui passo, riputandoli sempre bambini bisognosi della 

expensis , quam super aliis quìbuscumque negotiis dicti Comunis. 
Il poter fare ordinamenti sulle grasce e giudicare sulle fraudi era 
antichissimo diritto ne' Magistrati nostri , del che tengo prove ir- 
recusabili, i quali giudicavano anche ia appresso sulle cause di 
danno dato. 

(■*) St. del Conc. di Trento T. IV. 



-. 7 — 

balia o del pedante; ravvilupparli nelle pastoie di forme 
minutissime, inutili e che mostrano la diffidenza e il so- 
spetto; l'usare del diritto di censura in cose di niuna im- 
portanza, è un soffocare per forza ogni germe di amor 
patrio, ogni più nobile sentimento: è un costringerli non 
a vivere , ma a vegetare. Prima che i Francesi invadessero 
queste province, ciò che avvenne nel Maggio del 1808, go- 
devano i capi municipali di sufficiente larghezza ; giacché 
(almeno fra noi) tutta l'ingerenza de' Legati limitavasi 
ad approvare le tabelle che dicevano di approssimazione, 
i rendimenti de' conti, i balzelli nuovi, le vendite degli 
stabili, e a decidere sulle questioni che sorgevano tra i 
privati ed il pubblico. Ma diffusa anche fra noi dopo il 
1808 la mania di tutto cenir alitar e y abbiamo fatti così 
grandi progressi in tal sistema , e siamo così ben riusciti 
nello intento, da ridurre ormai il Municipio una vera 
macchina. Ma le macchine si muovono sempre per impulso 
esterno e non mai per proprio , e non sentono affetto ; da 
ciò l'avversione de' buoni e degli operosi ai carichi della 
Patria e la mancanza ne' Municipali di opere generose. Il 
solo affetto è padre di cose grandi. E questo affetto con- 
viene trovar modo di riaccendere nei Comuni per miglio- 
rare la sorte loro e del popolo. E a giungere ad un in- 
tento di così grande importanza mi pare che si offrano 
due mezzi potentissimi : I. Che i Governi pongano ne' Ma- 
gistrati municipali maggior fiducia. II. Che più gli onorino. 

III. 

// Governo deve avere -fiducia maggiore 
nei Magistrati Comunali. 

La mancanza di fiducia potè soltanto assoggettare i Co- 
muni alla intera dipendenza da Governatori od Assessori 



— 8 — 

nella corrispondenza di ufficio, e ad immischiare i mede- 
simi nelle altre parti dell' amministrazione; e tale dipen* 
denza ebbe principio dal Motu proprio 6 Luglio 1816 
art. 164. Ogni privata persona può scrivere ad un Cardi- 
nal Legato o Delegato; e se le risponde, come vuol cor- 
tesia. x\la ciò che è permesso ad ogni Cittadino è disdetto 
al capo della Città. Se un Gonfaloniere ha bisogno di spe- 
dire i suoi atti, di chiedere una grazia, d'informare il 
suo Superiore , ciò gli è vietato ; riè può farlo (tranne il 
caso di qualche rara eccezione) senza infrangere la legge 
che gli ordina di dipendere da' Governatori* Né può egli 
mai esser certo , se i suoi rapporti sie«o fedelmente tras- 
messi a' Superiori ; o se le risposte loro giungano al Mu- 
nicipio sincere , ovvero languide , o guaste , o scomposte 
come la luce nel prisma. Né meno sa per quanto tempo 
dormano nell' Ufficio governativo gli atti del Comune , e 
le risposte ai medesimi. Alla carica di Gonfaloniere deb- 
bono prescegliersi persone appartenenti a famiglie più ri- 
spettabili per antichità e possidenze (*). Persone rispetta- 
bili son certamente anche i Governatori ; ma non tutti 
alle altre qualità accoppiano gentilezza di nascita ed ab- 
bondanza di censo : né il Governo vi provvede con sufficiente 
stipendio ; sicché cresce la dispiacenza ne' capi de' Comu- 
ni, che sono sempre i maggiorenti nella Città, per la ser- 
vile dipendenza da loro. Il Magistrato municipale, che per 
essere senza paga dovrebbe star sopra ad Ufficiali con prov- 
visione, mal volentieri soggiace ad essi: da tutto ciò le 
gare frequenti, le guerre sorde, le paci infide fra le due 
Podestà, con esempio deplorabile per la morale e pel be- 
ne de' Cittadini. E V importanza de' Municipi mai non si 
palesa più chiaramente che nelle pubbliche calamità e nei 
pericoli. Allora ogni Governo ricorre ad essi , e si racco- 

(*) Art. i5 Editto 5 Luglio i83i. 



manda e scongiura l'umanità o la fedeltà di chi regge le 
cose patrie, affinchè o si provveda abbisogni, o si manten- 
ga ognuno suddito fedele. Il conciliarsi dunque con savie 
leggi l'amore de 5 Municipi se torna graditissimo a loro, 
viene anche utile a chi comanda ; giacché mal si ricorre 
nelle calamità e negli sconvolgimenti a quelli di cui prima 
non si curò la benevolenza, ma che si vollero conculcati. 

A guardare però diligentemente nell' Editto 5 Luglio 
1831, che è l'attuai legge fondamentale sui Comuni , que- 
sta dipendenza de' ministri del Municipio da' Governatori 
per la corrispondenza d' ufficio , non si vede in alcun luogo 
prescritta ; quantunque bene ed accuratamente sieno espres- 
se le attinenze di essi coli' autorità municipale. E quale 
occasione più opportuna per istabilire questa indipenden- 
za , che agli articoli 12 2123 del Tit. Il , ne' quali s'ordi- 
na di trasmettere al Delegato della Provincia i processi 
verbali de' Consigli e il rendimento de' conti senza mai 
nominare i Governatori? Anzi all'art. 23 si esclude espres- 
samente la trasmissione col mezzo loro « Dentro il mese 
di Febbraio si dovrà esibire al Consiglio , E DA QUE- 
STO, dopo fattone l'esame, trasmettere al Delegato il 
rendimento de' conti ec. »; sicché il liberare i Municipi 
da una servitù così sgradita sarebbe un conformarsi al- 
l'Editto del 5 Luglio 1831, sulla cui base si promisero 
dai Governo le riforme amministrative. 

Rispondo ora alle molte e varie obbiezioni che si pon- 
gono avanti da chi tiene la contraria sentenza. E prima di 
tutto si affaccia la sola difficoltà di coloro i quali adom- 
brano a qualsiasi novità più innocente, dicendo che le cose 
essendo camminate fin qui, può tirarsi avanti con le stesse 
leggi. Assai antica è questa sorta di gente. Ma ravvisata 
avendo la necessità di una riforma la sapienza del Gover- 
no , questa sola determinazione debbe essere sufficiente ri- 
sposta agl'indugiatori. 



— 10 — 

Altri pongono in campo , che i Comuni sono ritenuti a 
freno da' Magistrati governativi, sicché non possano for- 
viare: e che, rotto quest'argine, si spanderebbe sull'am- 
ministrazione l'arbitrio, e il dissipamento della sostanza 
pubblica. Ma si assicurino i timorosi da queste vere o false 
paure. I Magistrati de' Municipi sono i più ricchi fra i 
Cittadini loro, e, diceva un grande ingegno dello scorso 
secolo, i ricchi non rubano. Arroge, che debbono sce- 
gliersi i più specchiati delle famiglie più rispettabili (art. 
15. Ed. 5 Luglio 1831 ); e poi ogni Cittadino veglia sul 
pubblico patrimonio, e l'azienda del Comune è ordinata 
in modo da rendere difficilissima ogni prevaricazione in 
ufficio, la quale i rendimenti de' conti in fine scoprirebbe- 
ro. Se poi si ragguagliano fra loro i pericoli di una di- 
screta libertà ai Municipi con quelli gravissimi che ridon- 
dano dall'abbassamento e dalla dipendenza loro per cui si 
estingue ogni amore di patria, ben si vedrà da quai parte 
penda la bilancia. E qui cade in acconcio , benché in più 
stretto senso, una bella sentenza del Tommaseo: Voi vo- 
lete, egli dice, che ogni franchigia de' popoli sia perico- 
losa: sta bene. Ma pericoloso è anche il libero arbitrio. 

Dicono ancora, che secondo l'art. 109 del Motu pro- 
prio di Leone XII dei 21 Decembre 1827 i Governatori non 
hanno in fine veruna ingerenza negli atti municipali tranne 
quella d'essere il canale per cui corre la corrispondenza d' uf- 
ficio, e di vigilare sulla esecuzione delle leggi amministrative. 
Ma ponendo da parte essere oltremodo avvilitiva pei Magi- 
strati del popolo una simile dipendenza servile , i Governa- 
tori in verità , sotto il pretesto di curare che le leggi sieno 
adempite, hanno, o si prendono la libertà di intromettersi 
in tutte le faccende del Municipio. E di questa libertà 
non legittima ampiamente usarono per lo addietro per vo- 
lontà o connivenza dei Superiori. I quali volendo in ogni 
più piccolo affare il parere delle Podestà governative, questo 



— 11 — 

prevalse per lo più a quello de' Municipi ; sui quali non si 
pose fin qui (convien ripeterlo) sufficiente fiducia. Che se 
dalla sapienza del Governo si togliesse questa dipendenza, 
ciò non per tanto i Superiori potrebbero in qualche raro 
caso, dubbio o difficile, chiedere il voto de' Governatori : 
i quali, liberati in tal modo dall' obbligo di attendere 
al gran fascio degli affari amministrativi , onde sono oggi 
così oppressi , potrebbero volgere l'attenzione allo spaccio 
delle cose giudiziarie, principal fine della istituzion loro; 
e queste, distratte come or sono da altre gravissime cu- 
re , spesso miseramente son ritardale con danno soprat- 
tutto della punitiva giustizia. 

Ma (prosieguono i contradditori) dovendosi tener corri- 
spondenza con ogni Comune, si aumenterebbero d'assai le 
brighe degli uffici di Legazione o Delegazione. Ed io ri- 
spondo , che no ; giacché se trattasi di affari che riguardino 
un solo Comune, tanto è lo scrivere ad esso che al Gover- 
natore ; e scrivendo ai Comune, con ispeditezza assai mag- 
giore sarebbero spacciati; se poi l'affare rapportasi a più 
Municipi, come nel caso di lettere circolari , essendo queste 
sempre stampate , tutta la briga si restringe a chi debbe 
far loro più indirizzi in luogo di un solo. Né poi sarebbe 
un gran danno, se per accendere l'animo de' Cittadini 
all'amore delle cose publiche, volesse necessità che si 
accrescesse uno Scrittore nelle Segreterie generali. 

Vengo coli' ultima obbiezione che pure è di gran peso 
per molli. Anche sotto il Regno d'Ualia (dicono) i Podestà 
e Sindaci trasmettevano a' Prefetti gli atti loro col mezzo 
delle Vice-prefetture, come oggi fanno col mezzo de' Go- 
vernatori. E veramente se quella obbiezione fosse esatta, 
serebbe meritevole di qualche considerazione. Molta sapienza 
si contenne nelle leggi amministrative di quei Governo; e 
tuttora ne rende testimonianza il codice de' Podestà e Sin- 
daci ; di cui , trattene alcune cose ora inutili , potrebbesi 



- 12 — 

far tesoro anche al presente per la compilazione del rego- 
lamento (così necessario e desiderato) promesso sedici anni 
addietro (*)! Or veniamo alla forza dell'obbiezione. Tra 
un Vice-prefetto e un Governatore corre uno spazio ben 
grande. E primieramente non è vero, che sempre il primo 
fosse il mezzo della corrispondenza delle Municipalità coi 
Prefetti. Molli atti si approvavano da' Vice-prefetii mede- 
simi (**) , i quali erano una podestà amministrativa all'op- 
posto de' Governatori , i quali non sono che una podestà 
giudiziaria. Inoltre i Vice-prefetti pochissimi erano e uo- 
mini di gran polso, e tutti occupati in questa parte sol- 
tanto di pubblico servigio; sicché in tutto il dipartimento 
del Metauro di anime 372,268 , che comprendeva la Dele- 
gazione di Ancona e la Legazione di Urbino e Pesaro, si ri- 
stringeva a cinque soltanto; cioè Urbino, Pesaro, Siniga- 
glia, Gubbio e Jesi: ed ora quei che tengono le veci di 
questi cinque sono ventiquattro; tanti essendo i Governa- 
tori della Legazione nostra, e di quella di Ancona coi tre 
Assessori. Vuole in ultimo considerarsi, che di altra indi- 
pendenza, di altro splendore e di altre prerogative gode- 
vano i Podestà a preferenza delle attuali Magistrature dei 
Comuni: del che si toccherà in appresso; laonde, posto 
ancora che le circostanze fossero eguali , non ostante l'ad- 
dotto esempio per altre ragioni non varrebbe. 

II Governo deve crescere onore ai Magistrati 

Comunali. 

Ma non basta, a mio avviso, concedere maggior lar- 
ghezza a* Rappresentanti del popolo, se dal Governo non 

(*) Art, 26 del Tit. II. Editto 5 Luglio i83t. 
(**) Codice dei Podestà e Sindaci pag. 9 Art. 19. 



— 13 — 

si onorano. L'onore, secondo Montesquieu , è la base della 
Monarchia ; ma conceduto che ciò non sia vero , come fra 
gli altri dimostrò il Genovesi, niuno sarà per negare, che 
se ad una carica come quella della Municipale Magistratu- 
ra, così piena di triboli e spine, manca quell'onore che 
deriva dal Principato, non rimane più ad essa veruna at- 
trattiva da movere i Cittadini a sobbarcatisi. Non l'inte- 
resse, essendo un ufficio senza provvisione; e meno assai 
l'ambizione, potendosi fin qui chiamare il Gonfaloniere, 
servo de' servi: ciò che fa un ridicolo contrasto con quella 
pompa, onde nelle comparse pubbliche è circondalo. Egli 
vive in così misera angustia, che secondo i regolamenti di 
Polizia che sono in vigore fra noi , non può concedere per 
uno spettacolo qualunque, senza previo permesso, nò meno 
la sala del suo Palazzo ; non può (cosa incredibile e ver- 
gognosa!) publicare nella Città capo del Governo un sem- 
plice avviso d'asta che non mostri a tutti impresso nella 
fronte il segno della soggezione, il Visio del Governatore. 
Fin dal 1817 un onorevole Magistrato delle Marche in- 
vitò i suoi Colleghi a sottoscrivere una petizione al supre- 
mo ministro Cardinal Consalvi , nella quale con evidenti 
ragioni si dimostrava la necessità di togliere dall' abie- 
zione i Capi dei Comuni ed alzarli a quel grado di cui 
son meritevoli a A ciò sono interessati , diceva la memo- 
ria, il decoro de' Municipi non solo, ma il ravvivamento 
dello spirito pubblico. Quanto più si ama la Patria: quan- 
to più si ha interesse a volerla nobile e grande , tanto si 
è maggiormente mortificali a vedere la sua prima Magi- 
stratura dipendere da chi senza il salario del Principe sa- 
rebbe forse a stipendio di alcuno de' suoi Cittadini. La 
presidenza a' Consigli, il metodo della corrispondenza, la 
precedenza in ogni pubblica funzione , la presidenza ai 
Teatri e ad ogni pubblico spettacolo sono altrettante co- 
centi umiliazioni pei Magistrali, e in essi per le intere 



— 14 — 

Comuni )>. E più doleva nel 1817 un tale avvilimento, 
perchè era fresca ancor la memoria di quel lustro , onde 
sotto il Regno d'Italia esercitavasi l'ufficio di Podestà, in 
quelle Comuni specialmente dove non risiedevano i Pre- 
fetti o Vice-prefetti. Da lui dipendeva la guardia naziona- 
le (1): da lui, come da Presidente, la Congregazione di 
Carità (2): a lui affidati erano i segreti della Polizia (3), 
la presidenza a' Teatri e ad ogni pubblico spettacolo. Egli 
decideva sulle contravvenzioni alle leggi risguardanti le 
grasce, l'ornalo, e le strade, e su tutto ciò che alla po- 
lizia municipale si riferiva; quando al presente debbe il 
tutto da lui sottomettersi al Governatore ; il Municipio se- 
deva nelle funzioni prima del Giudice di pace (4): insom- 
ma nel suo Comune ninno al Podestà soprastava; e quel 
che più monta, splendeva in lui la subalterna rappresentanza 
del Principe. Da ciò la tanta fedeltà e l'obbedienza esat- 
tissima ne' Comuni agli ordini di quel reggimento, avve- 
gnaché invasore e dispotico; nato e sostenuto dal militar 
dispotismo. Il Governo comunicando parte del suo potere 
ai Comuni, poneva questi dentro al Governo, e così co-» 
stringevali a far causa comune con lui. 

V. 

Sperante di libertà Municipali svegliate 
dal Regnante Pontefice. 

Se dunque tanta simpatia e tanto zelo nella nostra ge- 
rarchia amministrativa trovò un reggimento straniero per- 
chè seppe onorare i Magistrali del popolo; quanto non è 
a sperare che si riaccenda nel petto de' buoni l'amore della 
terra natale e delle cose cittadine or che si promettono le 

(i) Codice dei Podestà e Sindaci Art 53. 

(2) Art. 402 e seg. (3) Art 375. (4) Art. 59. 



— 15 - 

riforme da un Principe così buono, così magnanimo, così 
adorato come Pio IX? Già Egli fin da' primordi del glo- 
rioso suo regno degnossi di guardare con occhio benigno 
i suoi fidi Comuni , e mostrò fin d'allora di porre in essi 
gran parte di sua alta fiducia. E con ragione. Quel Prin- 
cipe, il quale con tanti atti di sublime clemenza mostrò 
confidare nel popol suo , non può diffidare de' suoi Magi- 
strati , e vorrà certamente onorarli. E onorandoli , non so- 
gnino sconvolgimenti e pericoli gl'indugiatori; giacché ciò 
non sarebbe un moversi con beninteso e moderato progres- 
so; ma (come si provò chiaramente) un ritornare ancora 
a' princìpi , cioè alle antiche franchigie municipali. Grandi 
e liete eran le sorti de' Comuni d' Italia quando le regge- 
vano i Romani Pontefici. Ora i tempi sono cambiati, è 
vero: ma per noi, nati sotto il dominio della santa Sede, 
questi tempi ritornano. Dall'altezza del trono, dal Vati- 
cano il Sommo Pio ci chiama tutti a novella vita : espon- 
gano i Magistrati con fiducia al Padre e Signore i bisogni 
loro , e sperino. Sono essi invitati a cooperare con lui alla 
felicità del suo popolo; si mostrino degni dell'alto invito, 
e con forte animo lo secondino. 

A richiamare dunque l'amore del Municipio sembra 
opportuno : 

I. Una discreta libertà negli atti loro. 

IL Liberazione intera dalla dipendenza da' Governatori. 

ili. Precedenza su di essi del Capo del Municipio nelle 
funzioni pubbliche. 

IV. Concessione ai Magistrati di giudicare nelle con- 
travvenzioni ai regolamenti municipali. 

V. Presidenza a' Consigli e ad ogni pubblico spettacolo, 
nei luoghi che non sono capi di Provincia. 

VI. Polizia nei luoghi medesimi. 

Urbania 8 Febbraio 1847. 



IMPRIMATUR 

*r. F. Caj. Feletxi O. P. Inq. 8. O. 
Io. Frane. Magnani Deleg. Àrchfep.